Podemos al bivio

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Madrid, congresso di Podemos

Si chiude oggi a Madrid il secondo congresso di Podemos. Gli umori sono molto diversi da quelli che accompagnarono la prima assise del 2014 all’indomani del felice esordio alle elezioni europee. Le crepe tra il Segretario Generale Pablo Iglesias e quello Politico Íñigo Errejón – e le loro rispettive cerchie di influenza – sono ormai sotto gli occhi di tutti. Tweets, lettere aperte, dichiarazioni al vetriolo: una vera e propria saga che ha visto i due volti più noti del movimento spagnolo protagonisti di un tira e molla molto teso. Nonostante questa personalizzazione, i disaccordi non sono stati del tutto sterili, a conferma della ricchezza delle discussioni a cavallo tra teoria e prassi a cui il laboratorio Podemos ci ha abituato.

Alla base del dissenso ci sono letture diverse circa la fase attuale e il corso da intraprendere. L’«assalto al cielo» lanciato da Podemos negli ultimi tre anni ha portato il partito viola in alto, ma non quanto sperato. L’ipotesi populista del blitzkrieg elettorale a trazione carismatica ha consentito di aggirare l’irrilevanza a cui la sinistra radicale è tipicamente condannata, fallendo tuttavia nell’impresa più ambiziosa di catapultare Podemos al governo.

Due diverse interpretazioni sono emerse circa la parziale penetrazione di Podemos nelle istituzioni. Iglesias crede che questa rischi di debilitare l’aura redentrice che il suo partito ha sin qui costruito, temendo una sorta di assuefazione al mondo delle chiacchiere parlamentari e dei protocolli burocratici. Per questo, preme per ridare maggiore enfasi alla fase militante mediante una progressiva riappropriazione della strumentazione discorsiva e simbolica della sinistra. Uno sviluppo che peraltro aveva già preso piede prima delle ultime elezioni, attraverso la formazione del cartello elettorale Unidos Podemos, frutto dell’alleanza con Izquierda Unida; scelta che in realtà non aveva mai persuaso il settore errejonista del partito. Sulla stessa scia, Iglesias ha dimostrato minor disponibilità di Errejón a tentare una mediazione con i socialisti e sedurre le sue basi, preferendovi il corteggiamento del mondo dell’attivismo.

Tuttavia, il ritorno del riferimento all’asse sinistra/destra contraddice una delle intuizioni fondative del partito viola, per cui il modo migliore per farsi neutralizzare dall’avversario è quello di permettergli di collocarti nel luogo a lui congeniale, quello appunto della sinistra protestataria. È la posizione di Errejón, che preme per l’articolazione di un discorso nazionale-popolare, capace di amalgamare segmenti sociali eterogenei. In questo senso, la rifondazione democratica della Spagna passa per un «artigianato culturale e istituzionale» che costruisca – attraverso un tono meno barricadero – nuove relazioni umane in tutti meandri possibili della vita sociale, cristallizzandole in un’identità popolare emancipatrice irriducibile alle identità inizialmente appellate.

Quale che sia la geometria risultante, il ritrovamento di una certa coesione dopo settimane di lotte fratricide è la conditio sine qua non per portare a buon fine il famigerato «assalto al cielo».

Samuele Mazzolini
University of Essex

 

 

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