Fare storia al tempo presente è una sfida

Il presente si nutre di questioni socialmente vive, stanno nel presente, spesso irrompono violentemente nel nostro quotidiano e fanno riemergere cose, oggetti, parole, desideri, rancori, odi.

Il presente non ha mai contorni precisi: si alimenta di una pluralità di stimoli, di sensazioni, immagini, premonizioni, “ultime notizie” di cui la nostra memoria non trattiene che brandelli. Non diversamente dal passato, il nostro presente non è dato.

Contemporaneamente l’attualità obbliga continuamente la nostra quotidianità a scavare per dare un senso e una prospettiva, una comprensione e una direzione, a ciò che ci accade. I fatti sono come il mare: in profondità ci sono le acque stabili, quasi immobili, a metà altezza le correnti sotterranee, in superficie le onde, qualche volte lievi, talvolta potenti e le burrasche. E’ sufficiente una notizia per darci la sensazione  che il quadro complessivamente cambi. Eppure non è così.

Il presente non è bizzarro, vive di una dinamica “agitata” in cui conta la contestualizzazione, e dunque il quadro dell’azione e dove essa si svolge; la complessità; il fatto di leggerla mettendo insieme più dati anche lontani tra loro; una prospettiva storica, perché le persone e gli eventi stanno dentro percorsi in cui contano i ricordi, i sentimenti, le informazioni che abbiamo, ciò che nel tempo abbiamo scelto ricordare e, soprattutto, di dimenticare, ovvero la memoria.

Ma il presente stimola domande, che vanno in cerca di elementi che pescano nel passato per potere essere spiegati e compresi.

Il nostro presente vive e si alimenta di passato. Spesso di quel passato non abbiamo sufficiente consapevolezza.

In che momento la guerra ha iniziato a non essere più un “faccia a faccia” col nemico, ma tutti i protagonisti hanno immaginato il loro nemico dall’altra parte senza vederlo e l’hanno fatta sapendo che lo scopo era ancora ucciderne quanti più possibile, con il minor numero di perdite?

Ogni volta che si produce un processo d’innovazione all’interno del sistema di produzione e degli assetti di lavoro, la prima generazione subisce il colpo della contrazione dell’occupazione e dell’aumento della meccanizzazione. Il fenomeno è sempre identico, o ogni volta si producono nuove forme di adattamento, nuove competenze, si ridisegna la mappa dei lavori? Quanto passato c’è nelle paure, nelle ansie, nella rabbia, nei sogni e negli incubi di chi si misura con le trasformazioni del lavoro?

Le immagini, le parole, le comparazioni che formano il linguaggio contemporaneo di quali passati si nutrono? Che cosa raccontano? E quale idea di futuro presentano?

Quando il passato è diventato non un residuo, ma un patrimonio? Ha qualcosa a che fare questa trasformazione con il lento venir meno dell’idea di compimento come un processo progressivo? L’idea di sviluppo che abbiamo quando ha iniziato a staccarsi dall’immagine tradizionale di progresso?

Fare storia al tempo presente è una sfida.

Significa: leggere il presente; coglierne gli elementi essenziali e le specificità; provare a ripercorrere a ritroso nel tempo. L’obiettivo è per individuar le radici del nostro presente, il momento iniziale, la condizione, lo scenario in cui il nostro presente così com’è ora, ha iniziato a prendere lentamente forma.

La sfida ha due momenti essenziali.

Il primo: riannodare indietro il rocchetto del tempo e segnare ai momenti di svolta, l’origine delle differenze che hanno fatto in modo che il presente che oggi noi vediamo sia percepito come “oggettivo”, come “dato” e dunque non effetto di scelte, di emozioni, di sconfitte.

Il secondo: cogliere le analogie che fanno sì che la storia faccia le rime, ma non si ripeta sempre uguale, presenti dei tratti che consentano di fare delle comparazioni, o di vedere le analogie e le differenze, ma non di dare sempre la stessa risposta.

Il futuro non è dato e non è già scritto. Dipende da come noi anche interroghiamo e scaviamo nel passato. In breve il nostro futuro possibile, nasce dalla nostra inquietudine e dalle domande che ci facciamo. Certamente anche dalle risposte che “scegliamo”, più che da quelle che “troviamo”.

Il nostro presente non “ci capita”. Noi ne siamo responsabili.

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