Brexit. È poi una brutta notizia?

Siamo nel day after di una decisione storica. O meglio, nella week after. Un momento di svolta per il Regno Unito e per l’Unione Europea.

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Durante la campagna referendaria si è dibattuto a lungo su chi, tra Regno Unito e Unione Europea, avesse più da perdere dalla Brexit. Posto che, con ogni probabilità, un qualche accordo sugli scambi commerciali tra le due sponde della Manica si troverà, nell’immediato le conseguenze politiche per il Regno Unito sembrano devastanti. Un primo ministro eletto un anno fa, e con una solida maggioranza parlamentare, ha annunciato le sue dimissioni. La Scozia marcia decisa verso un secondo referendum sull’indipendenza (stavolta con ottime chance di successo), e si profila l’ipotesi di un ricongiungimento, dopo 95 anni di separazione, delle due Irlande. Lasciamo sullo sfondo la suggestiva ipotesi di un’uscita della stessa Londra dal Regno Unito (una petizione su change.org rivolta al neo-sindaco Sadiq Khan ha già superato i 160 mila sostenitori).

Ma per l’Europa è una liberazione.

I 43 anni di appartenenza del Regno Unito all’UE sono stati un rapporto più di odio che di amore. I governi britannici hanno vissuto il progetto di unificazione politica dell’Europa con malcelata insofferenza. Hanno sempre visto come fumo negli occhi qualsiasi ipotesi di rafforzamento dell’integrazione che andasse oltre la prospettiva del mercato unico. Hanno chiesto e ottenuto esenzioni e trattamenti speciali. Si sono tenuti alla larga dalla moneta comune, dagli accordi di Schengen, dall’armonizzazione delle politiche fiscali, sociali, ambientali. Hanno contestato la supremazia del diritto comunitario e si sono opposti ad una politica estera e di difesa comune, premurandosi sempre di curare la loro special relationship con gli Stati Uniti e affossando qualsiasi ipotesi di costituire un esercito europeo.

Da questo punto di vista, il quadro di riferimento primario per la difesa britannica rimane imprescindibilmente la NATO e, anche al di là di questa, un rapporto bilaterale con gli Stati Uniti che ha condannato sin dagli anni Novanta (e ancor più dopo l’11 settembre del 2001) la Politica Estera di Sicurezza Comune a rimanere di fatto l’eterna incompiuta europea, privando l’Unione di un vero protagonismo nelle relazioni internazionali. Un rapporto che è sopravvissuto (anzi, rafforzandosi) alla presidenza di George W. Bush e alle menzogne di Blair sulle armi di distruzione di massa irachene, e che continua a giocare un ruolo da protagonista in tutte le iniziative militari dell’Occidente, dalla Libia alla Siria.

Sul fronte interno, la libera circolazione dei cittadini comunitari (uno dei pilastri dell’intero progetto comunitario) ha rappresentato in fin dei conti la principale spinta al voto per il Leave. I cittadini britannici, in maggioranza, si sono espressi contro il libero ingresso degli europei sul loro territorio. Perché li percepiscono come “diversi”, come soggetti “esterni”. Ospiti. Spesso graditi ma – a quanto pare – ancor più spesso non desiderati. Quantomeno non nelle proporzioni degli ultimi anni, in cui ha avuto luogo un vero e proprio esodo dal Sud e dall’Est Europa verso le coste britanniche.

Il progetto europeo si fondava, però, su presupposti diversi.

Alla base vi è un senso di comunità, l’idea di un’appartenenza comune che i britannici, anche i più aperti e favorevoli al Remain, in maggioranza non condividono.

Gli inglesi che hanno votato per il Leave non hanno mai del tutto elaborato il lutto per la perdita dell’impero. Si sentono ancora culturalmente più vicini ad americani, australiani, neozelandesi e canadesi – a cui li lega un glorioso passato, l’ordinamento giuridico del common law e una lingua comune – che non a spagnoli, greci e slovacchi, e continuano a vedere nel Commonwealth la cornice primaria per le relazioni commerciali con il resto del mondo. Il vecchio adagio “piove sulla Manica, continente isolato” a quanto pare va ancora per la maggiore.

Tutto questo ha inevitabilmente rappresentato un freno per il processo di integrazione europeo. Il veto britannico è sempre stato una spada di Damocle su una prospettiva compiutamente federale, e negli anni a venire sarebbe stato un macigno sulle possibilità dell’Unione di riformarsi e rimettersi in carreggiata. L’uscita del Regno Unito dall’Europa sarà pure emotivamente dolorosa ed economicamente devastante, quantomeno nel breve termine. Ma può rappresentare l’opportunità di un nuovo inizio per un’Europa finalmente unita. In cui un giorno, chissà, ci sarà di nuovo spazio per i sudditi di Sua Maestà.

Andrea Scavo
Quantitative Research Manager, BBC

28/06/2016


BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Festival delle GenerazioniRicercatore nell’ambito politico e sociale. Ha maturato esperienza in università e istituti di ricerca in Italia, Germania e UK, occupandosi principalmente di governance delle politiche di sviluppo e innovazione, Unione Europea, commercio internazionale e diritti dei lavoratori. Attualmente lavora come Quantitative Research Manager presso la BBC.

 

 


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