Habitat III

Proponiamo l’intervista a Makiko Taguchi, Agricultural officer presso FAO, Co-secretary dell’iniziativa Food for the Cities, realizzata poche settimane prima della Conferenza Habitat III (ottobre 2016); una conversazione di profondità, attuale, su temi di primaria importanza.
Le dichiarazioni di Makiko Taguchi sono rilasciate a titolo personale e non intendono rappresentare la posizione della FAO.


Q.1. Fra poche settimane sarà avviata a Quito la Conferenza HABITAT III delle Nazione Unite sugli insediamenti e lo sviluppo urbano sostenibile. Potrebbe spiegare brevemente l’importanza di questo meeting, quali aspettative ci sono e le prospettive che apre per il futuro?

A.1. La Conferenza HABITAT III si svolge ogni 20 anni e si focalizza su un tema che, al pari del cambiamento climatico, è uno dei più importanti a livello globale in relazione allo sviluppo sostenibile. Di questo è evidenza il fatto che quando la prima edizione di questa conferenza si tenne a Vancouver nel 1976 la popolazione urbana era il 37,9% di quella totale (1,56 miliardi di persone). Ora questa percentuale ha raggiunto il 54,5, il che significa che quasi 4 miliardi di persone  – 2,5 miliardi in più rispetto al 1976 – sono concentrati in aree urbane. Per di più, questi numeri sono destinati a crescere ancora nei prossimi decenni alla luce del fatto che le più recenti stime indicano che entro il 2050 la popolazione urbana arriverà a rappresentare quasi il 70% di quella totale. Già i numeri parlano da soli circa la rilevanza della discussione in tema di sviluppo urbano sostenibile, ma sono anche le implicazioni di questo fenomeno a dovere fare riflettere.

Al momento stiamo assistendo a processi di decentralizzazione del potere in molti Paesi nel mondo. Questa tendenza attribuisce crescenti responsabilità e risorse ai governi e alle amministrazioni locali e, in questo senso, c’è un crescente riconoscimento del ruolo dei sindaci nelle dinamiche relative allo sviluppo sostenibile. Il Milan Urban Food Policy Pact, lanciato lo scorso anno in corrispondenza con EXPO Milano 2015 e firmato da quasi 130 città di tutto il mondo, è proprio un buon esempio di quanto le amministrazioni comunali si stiano impegnando per garantire sistemi alimentari sostenibili ai propri cittadini e a quelli delle aree metropolitane. Anche nell’ambito della Conferenza Habitat III ci sarà spazio per un’assemblea dei sindaci che servirà proprio a dar loro voce e a condividere le loro esperienze.

Inoltre bisogna considerare che HABITAT III sarà la prima conferenza della Nazioni Unite dopo l’adozione dell’Agenda 2030 e sarà, quindi, un momento utile per confrontarsi sul cammino intrapreso verso il raggiungimento degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable development Goals, SDGs).

Q.2. La Nuova Agenda Urbana, il documento che sarà discusso durante HABITAT III, ha recentemente ricevuto il consenso alla sua presentazione dopo molti mesi di consultazioni che hanno coinvolto diversi attori. Che cosa c’è di nuovo o più marcato rispetto alle precedenti dichiarazioni di impegno internazionali sul tema dello sviluppo urbano sostenibile? Qual è il ruolo dell’agricoltura nel quadro tracciato da questo documento?

La prima bozza del testo della Nuova Agenda Urbana non conteneva riferimenti al cibo, all’agricoltura, né alle connessioni tra gli ambienti urbano e rurale. Ora il documento include e riconosce l’importanza delle sicurezza alimentare e della nutrizione, così come dello sviluppo di sistemi alimentari appropriati nel quadro di uno sviluppo territoriale sostenibile. Questo significa, finalmente, il riconoscimento della centralità del cibo anche per il contesto urbano. Esistono diverse problematiche che dovremo affrontare in relazione allo sviluppo urbano nei prossimi decenni, tra cui: la competizione per la terra e per l’acqua; la continua diminuzione di persone impiegate nel settore agricolo a fronte della crescita della domanda di risorse alimentari; le dinamiche migratorie. Ancora per alcuni lo sviluppo urbano e rurale sono due concetti distinti ma la realtà è che sono fortemente interdipendenti e le connessioni tra essi sono importanti. L’agricoltura, poi, gioca un ruolo essenziale in queste connessioni, anche alla luce dei servizi ecosistemici che, con la silvicoltura, offre a beneficio di tutti.

Q.3. Proprio alla luce delle citate connessioni tra ambienti urbano e rurale, qual è il ruolo dell’agricoltura urbana nel dare forma a uno sviluppo che sia sostenibile e inclusivo? In che modo l’agricoltura urbana è legata ai processi di trasformazione rurale che, a loro volta, hanno un peso nel determinare i processi di urbanizzazione?

L’agricoltura urbana è sempre stata parte integrante dello sviluppo urbano: basti considerare, infatti, che gli uomini hanno iniziato a essere stanziali proprio quando l’agricoltura ha permesso loro di farlo. Recentemente, l’agricoltura urbana è tornata a essere al centro dell’attenzione sia nei Paesi sviluppati, sia in quelli emergenti per diverse ragioni. Nei primi, l’agricoltura urbana sta emergendo quale leva per la coesione sociale e l’inclusione alla luce della sua funzione di aggregatore di comunità. Inoltre, si configura come un’attività grazie alla quale gli abitanti delle città possono riscoprire il legame con il cibo: di questo sono un esempio gli orti scolastici (school garden), una soluzione diffusa che mira a educare i bambini a una corretta alimentazione e ristabilire un contatto diretto con la natura. Una maggiore consapevolezza del cibo, della sicurezza degli alimenti e della loro provenienza coinvolge, peraltro, non solo i bambini.

Nei Paesi emergenti, invece, l’agricoltura urbana è un vero e proprio mezzo di sussistenza, specialmente per gli abitanti degli insediamenti informali che coltivano i piccoli spazi cui riescono ad accedere per produrre cibo per l’autoconsumo. Questo mette in luce un problema considerevole che è proprio quello dell’accesso alla terra e ad acqua pulita, per il quale in alcuni Paesi si stanno adottando specifiche politiche volte a supportare la popolazione urbana che risente di queste problematiche. Da ultimo, bisogna ricordare che l’agricoltura urbana può essere anche una opportunità per generare reddito grazie alla vicinanza con i mercati urbani, così come per dare lavoro e, quindi, ridurre i tassi di disoccupazione specialmente per i giovani e le donne.

Esiste poi un’agricoltura peri-urbana realizzata nelle aree immediatamente fuori dalle città che è più marcatamente orientata a fini commerciali. Queste attività, infatti, sfruttando la vicinanza con i mercati, li approvvigionano di prodotti freschi, quali ortaggi, prodotti caseari e pollame.

Resta da sottolineare che il confine tra urbano, peri-urbano e rurale tende a diventare sempre meno marcato a mano a mano che le aree urbane crescono: esemplare è, a questo proposito, il caso dell’Asia in cui alcune aree urbane risultano connesse in forma di catene dove le aree rurali si alternano a centri urbani. Queste aree rurali sono probabilmente destinate a scomparire, inglobate dalla città, a seconda di come sarà fatta la pianificazione urbana nei prossimi decenni. Tuttavia, queste aree– anche qualora si tratti di aree dedicate alle attività agricole – hanno un ruolo molto importante nella protezione delle risorse idriche disponibili per la popolazione urbana, così come sono in grado di proteggere il terreno pendente di rilievi collinari e montuosi, riducendo, quindi, il rischio di disastri in caso di eventi metereologici estremi.

Non c’è dubbio che l’agricoltura di tipo rurale continuerà a essere la fonte primaria del cibo che consumiamo; tuttavia, prodotti freschi che deperiscono in fretta – come per esempio gli ortaggi – possono essere prodotti in aree urbane e peri-urbane in maniera economicamente competitiva. Questo è particolarmente importante in quei luoghi dove le infrastrutture per garantire la catena del freddo non sono disponibili e gli alimenti non possono essere conservati a lungo.

Intervista a cura di Bianca Dendena
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

13/01/2017


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